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Benchè siano mesi che non appenda più niente in questa strana bacheca (per vari motivi che ora non sto a spiegare) mi son ricordata di quel che un giorno una persona per me più-che-speciale mi ha detto. Lui leggendo solo una frase scritta e appesa nel suo studio o chissà forse prorpio un pensiero comune, un desiderio comune, un sogno… ha detto sorridendo: “Il bello si fa forza!” Io, anche se questa forza spesso stento a trovarla a volte, eppure sempre la cerco, ho almeno scritto la mia idea di Ninestrone. Ho scritto solo  i pensieri che mi venivano quando ho visto le verdure disegnate da Nina e li ho scritti anche di fretta, in ritardo perciò si perdoni che il testo non è ben editato, ma non posso fare meglio ora. Gli autori del resto hanno un editor apposta, benchè per altro – si capisce – io non sia un’atrice. Credo che volessi fare l’editor da molto tempo,.. ma per ora ho solo scritto il mio Ninestrone. Grazie Nina!

Ingredienti: Nel calendario ci son porro,  cetriolo, melanzana, carota, raparossa, pomodoro, piselli, indivia,fiordizucca,cipolla, fagiolino, patata,radicchio e prezzemolo,

ma nel vostro Ninestrone potrà andarci di tutto, ché non sarà solo un minestrone alimentare, anzi! A ognuno il suo caos perfetto e nutriente e vitaminico di ricordi di oggetti di pensieri e pinzillacchere.

 PORRO

Un porro – uno stelo lungo che un giorno mi ricordò che non tutto quel che puzza deve essere buttato e che non tutto quel che non ti piace deve esser rifiutato. Come fosse un avviso, col suo maleodorante effluvio mi perseguitò per giorni in cucina. Era molle al tatto dopo cotto e acre al sapore.  Lo lessai e poi aprii la finestra così che presi in faccia tutta l’aria fresca dell’inverno imminente e mi ristorò. Lo impanai e lo soffrissi e non era più una cipolla, ma un piatto caldo mezzo  verde, mezzo bianco. Pensai anche a quello disegnato da Nina… uno stelo lungo di una signora altissima con una testa rossa.

CETRIOLO

Perché nei supermercati ho visto gente comprarne uno solo; grosso, senza neanche incartarlo, verde e ruvido – solo a vederlo come la pelle di un  rospo! Ho visto una ragazza russa su un divano arancione in una stanza senza finestre mettersene  due fette  sugli occhi, chiusi e ridere. Nella vita noi ci dividiamo tra chi odia il centriolo, chi lo ama e chi non si è mai sognato di vederlo… ma come per tutto il resto delle cose… del resto. Il cetriolo di Nina sembrava proprio un uomo con la testa grossa seduto su una barchetta rovesciata. Pensava a chi lo amava, a chi lo odiava a chi proprio neanche si era mai sognato di vederlo!

MELANZANA

La melamzana, come la conosceva lei, aveva i capelli verdi e la pelle liscia; se era grinzosa doveva essere vecchia come la pelle delle persone. Con la melanzana poi potevi fare le cose più buone della cucina mediterranea compresa quella libanese che del resto è mediterranea anche lei. La melanzana come la conosceva lei era un frutto panciuto e viola scuro che, tagliata a cubetti in padella era semplice e buona. Fritta e messa in strati con pomodoro, mozzarella basilico e infornata invece, diventava una parmigiana che, secondo i componenti di una famiglia che aveva frequentato un tempo, aer il non plus ultra. La melanzana  di Nina aveva gli occhiali, che buffa…! …E uno sguardo un po’ perso come quello dei miopi…, un naso e una bocca carnosa un po’ meravigliata!

 CAROTA

Ci fu un periodo in cui sua mamma comprava tante carote. Le metteva in quelle buste trasparenti al supermecato ogni volta facendone scorta; ne comprava così tante che un giorno la cassiera le chiese: “Ma per chi sono tutte queste carote?” e lei ridendo aveva risposto: “Ho un cavallo!!!” Lei rise tra sè e sè e tra la cassiera  e la madre, proprio perché lei era tra lei e la cassiera quel giorno. Si domandò anche perché le persone a volte si interessassero così tanto dei fatti altrui. Il cavallo ovviamente non ce lo avevano e non ce lo avevamo mai a vuto e chissà poi se ai cavalli piace davvero tanto la carota o è solo una storia. La carota di Nina sembrava avere un cappelo verde che erano le radici. ma dove sono le radici delle carote poi, in testa? Con un po’ di fantasia allora poteva sembrare anche un cavallo arancione un po’ stirato verso l’alto.

RAPAROSSA

C’era un uomo rosso come una nuvola gonfia di acqua ed era nel Ninestrone;  era una raparossa, ma a lei la raparossa non era mai piaciuta; primo perché sembrava versar sangue nel piatto una volta tagliatata a fettine e  poi perché a mangiarla sapeva di radice. Dicevano che le raperosse facessero bene perché con tutto quel colore qualche sostanza dovevano contenerla. tale sostanza doveva essere utile a qualche cosa nel nostro organismo, ma a cosa facesse bene proprio non se lo ricordavo ora e forse ora che ci pensava non l’aveva mai saputo. Era, la Raparossa, utile proprio come il soffrire:  a cosa faceva bene, poi? Ecco ora la raparossa di Nina le  sembrava un uomo intento a pensare, a ricordarsi di quando aveva sofferto, di come sarebbe cambiato, di come avrebbe versato sangue per cambiare e rigenerarsi.

POMODORO

Il pomodoro era il suo cosìdetto vegetale…perfetto!  A pensarci bene, ognuno doveva avere un suo proprio vegetale preferito; lo si poteva ritenere così amato  da considerarlo quasi perfetto e  insostituibile, non tenendo presente tutte le sue imperfezioni.  Era come essere innamorati di qualcuno a vita e senza neanche darsi più il cruccio di pensare all’essere corrisposti. Il pomodoro di Nina era la testa grossa di una donna rossa che ti faceva l’occhiolino la cui collana di perle verdi acqua era un vezzo perfetto come il suo pomodoro!

PISELLI

I piselli andavano sempre in coppia; a  tre, a quattro a cinque e comunque sempre pari o dispari tranne che da soli. Da soli non andavano quasi mai, appunto. Erano più o meno piccole sfere polpose, verdi  smeraldo chiare opuure  tendenti a un verde chiaro piuttosto slavato. I piselli non le erano mai piaciuti troppo, ma finiva sempre per mangiarli in qualche modo, in un minestrone, in un passato di verdure, ome contorno. Un tempo li aveva mangiati spesso con i calamari di una gran cuoca napoletana che aveva conosciuto in passato. Quella donna amava avvicinarli alle  seppie e farci un piatto morbido a mangairsi come fosse burro lasciato un giorno a temperatura ambiente.  A ricordarlo ora quel piatto era un capolavoro di colori e sapori, calamari vestitit di rosso con una stecchino nella pancia e verdi rotondi pisellini attorno a farli risaltare. Non si ricordava che quei piselli avessero la stessa faccia pensosa delle facce dei piselli di Nina. A ben guardarli ora le sembravano una foto di Man Ray, una di quelle dove il volto bianco di una donna contrastava con una maschera nera.  I piselli di Nina non sembravano il volto della donna però, ma la maschere tribale che avevano adiacente, solo più piccole e verdi.

INDIVIA

Era una donna con gli occhi profondi e l’ombretto verde. E lo stelo piccolo del suo corpo era un bastone  forte di chi vuole tenersi in piedi; aveva una testa grande dove taneva tutti i pensieri e tutte le emozioni e un sorriso pensieroso e saggio. Era l’indivia di Nina, una donna col lo sguardo profondo.

FIORDIZUCCA

per certo il fiordizucca era buono fritto perchè a detta di un vecchio proerbio ripetuto spesso da sua madre “fritta era buona anche l’ortica”! Quando vide sorridere quel fior di zucca di Nina pensò che fosse un suo vecchio amico venuto da lontano a ricordarle di essere allegra. Aveva un naso lungo e una bocca sghemba beffarda come un giullare di corte.  Teneva in mano qualcosa ma non sapeva cos’era…forse  un disco di ricordi o una piatto di parole non dette. Avresti  dovuto inventarcele tu.   Lo guardò ancora una volta una sera d’inverno e le sembrò che con la mano destra la stesse salutando.  Le ricordava la faccia di un amante, di un amico, di un conoscente lontano qualcuno che aveva conosciuto prima e di cui poi non si era dimentica. Fritta era buona anche l’ortica, figuriamoci un fiordizucca come era stato…!

CIPOLLA

Forse per quello non le piaceva, perché le ricordavano il pianto. aveva odiato magiarla quando era piccola; l’ ha evitata da cotta, cruda e ne ha evitato anche l’odore. Dicono che se la sbucci faccia piangere e lei da piccola pensava che sbucciarla facesse piangere perché quando l’hai sbucciata, poi devi mangiarla. Cipolla era il nome di un cane di una sua vecchia amica, un cane rossiccio e gioiale. La pelle della cipolla l’aveva vista al microscopio, un giorno da piccola. Ora era costretta a vestirsi a strati prorpio come una cipolla per non sentire il freddo, ma la cipolla continuava a non piacrele forse perché non aveva mai avuto  bisogno di sbucciare cipolle per piangere, aveva pianto già abbastanza da sola. Forse per quello non le piaceva, perché le ricordavano il pianto.  La cipolla di Nina invece aveva il viso di una bambina piccola; con piccoli rami rossi sulla fronte come fronde in un piccolo albero di primavera, sorrideva ad occhi chiusi. Era un piccolo putto rosso e felice.

FAGIOLINO

Una  donna magra e verde che tiene un libro in mano. La mano è una coda però perché lei, la donna in realtà, è un fagiolino. Che storia è mai questa? E’ una storia scritta nel Ninestrone. Ora si ricordava che spesso aveva comprato fagiolini provenienti dal Sud-Africa quel tempo in cui aveva vissuto nel paese col tasso di importazione più alto del globo – un paese freddo e piovoso con nebbia e senza verdure se non patate. – Ah sì, ma che storia è mai questa?  Non sapeva dire che storia fosse, ma c’era un fagiolino ed era di Nina e questo fagiolino era una donna stilizzata che teneva in mano un libro. – Che storia è mai questa? – Che libro è mai questo? Era il Ninestrone e il fagiolino, cioè la donna verde stilizzata con i capelli rosa, lo leggeva soddisfatta.

PATATA

Cucinata con olio, sale e rosmarino in una padella ad accompagnare una salsicca proveniente da una splendida regione italiana era stata la sua cena quella sera.  La patata era gialla per definizione, anche se avolte potevano esserci di bianche e persino di rosse. – Patate rosse? Sì, un po’ dolci. Aveva visto un suo amico mangiarle da crude e poi lei a veva imparato che sapevano di castagna. Erano arancioni però le patate dolci così che a vederle tagliate crude in un piatto senza sapere che fossero, potevi pensare che fossero carote, benchè non lo fossero. Al sapore castagne, al colore carote, invece paatte: inganni, apparenza!  La patata di Nina era gialla; sedeva su una sedia piccolissima e teneva in bocca uno stelo di paglia. Ma era proprio paglia? Non un generico filo di erba? Forse era il rosmarino.

RADICCHIO

Il radicchio di Nina era il vegetale  più bello. – Tra quali? –  Tra quelli del Ninestrone! – Tutti i vegetali del Ninestroe sono belli!  Sì, questo era  vero, ma a lei quel radicchio sembrava una fata viola ed era quello che lo rendeva il sui vegetale preferito tra quelli del Ninestrone.  Aveva un piccolo profilo perfetto che ricordava una coda di lupo e capelli al vento che però, anziché andare qua e là come fanno le cose nel vento, andavano tutti verso l’alto, al cielo. La fata aveva gli occhi socchiusi e sembrava odorare qualcosa. – Ma cosa odorava? Era forse l’odore di qule vento che aveva perso e che l’aveva portata tanto tanto lontano? Sì doveva essere proprio quello: l’aveva portata così lontano che un giorno si era persa e aveva immaginato allora di essere un cespo di radicchio rosso, proprio come quello di Nina.

PREZZEMOLO

Il prezzemolo di Nina non era una piccola erbetta profumata come era stata abituata a pensare da sempre usato per impreziosire un piatto o una ricetta alla fine. – Davvero? No, non era un piccolissimo arboscello né un rametto o un qualsivolglia verde fuscello molto ricciolino e sporgente o soffocato in mezzo ad altri dentro qualche vaso. Il prezzemolo di Nina era un albero robusto con un tronco bianco e immobile. Reggeva tutto il Ninestrone, gli dava un certo sapore, un’aroma che nessun’altra erbetta qualunque avrebbe potuto fare. La chioma dell’albero-prezzemolo era una grande nuvola binaca con rami verdi smeraldo e contenevano tutti i i pensieri e tutti i ricordi e tutti gli odori e tutte le parole del Ninestrone. La chioma era un ricordo lughissimo e intenso come ognuno di quelli che ogni  anno vecchio ci lascia guardando al nuovo. Buon anno nuovo!

La storia che lesse – si trova effettivamente nel cliclo di Artù e in Chaucer  per altro sotto diverse versioni  – raccontava  che il cavaliere era in difficoltà perché non sapeva come rispondere a una domnada : “Cosa vuole veramente una donna?”. Se a questo ogni uomo vorrebbe trovare una risposta da tempo immemorabile e per molteplici motivi – e suoi propri, altrui, non altrui, non classificati o classificabili – è la domanda che ogni donna a un certo punto si pone, o le accade di doversela porre… il che viene e non viene per nuocere…  (Oddio, non è proprio così semplice, aveva pensato  Olga).

Nessuno, neanche il cavaliere era in grado di rispondere  – …senza paura di sbagliare certamente, cosa che a un uomo potrebbe anche risultare semplice in questi contesti…(questo neppure dice la storia) – e siccome forse tempo di fare un sondaggio tra più donne non gli venne neanche in mente, lui e la sua squadra erano piuttosto preoccupati. Olga non ricordava ora se da questa risposta dipendesse proprio la vita di Artù e però avvenne che incontrò una vecchia piuttosto bruttoccia ecco, e lei disse a Artù: “Te lo dirò, ma uno dei tuoi uomini dovrà prendermi in sposa”. Non c’è niente di più intrigante delle favole pensava Olga mentre leggeva e ora che si rifigurava tutto nella mente vedeva la paura degli uomini nella squadra di Artù, lo stesso Artù perplesso se la vecchia potesse dir la verità o no, o se invece fosse solo una vecchia rimbambita e via discorrendo…

Il più vecchio dei compagni di Artù, un uomo anziano – e forse direbbe la Estès (in Donne che corrono con i lupi) non a caso il più anziano! e, non tanto questo perché anche la vecchia era vecchia, ma forse perché lui solo aveva appresso qualcosa di più sulla magia delle donne o forse chissà solo per spirito di camerata o di amore paterno nei confronti di Artù – aveva alla fine accettato. Incontrarono la vecchia a una fontana. Lei era china e anche da china non è che fosse proprio così bella – che poi forse invece a guardrla bene non era neanche poi tanto male… (ma anche questo la storia non lo dice) – ma guarda caso era nei pressi di una fontana ed fu lì che il cavaliere smarrito e la sua ciurma terrorizzata l’avevano trovata. Olga si immaginava la capigliatura grigia della vecchia, le mani raggrinzite e screpolate, ma non dal freddo, dal tempo e, nella sua storia che ricostruiva ora nella mente, si ricordava che come in molte favole poi cominciava già arrivare la sorpresa…

La prima notte di nozze infatti il vecchio camerata aveva trovato una strana sorpresa anche lui, infatti. Appena entrati nel letto la vecchia era diventata una splendida giovane. Non gli pareva di aver fatto altro che un gran bel  guadagno, al vecchio, allora  – che per altro un po’ vecchio e brutto appunto lo era anche  lui, (anche se la storia questo non lo diceva forse… ) La ragazza infatti disse di essere stata preda di un incantesismo e che solo se qualcuno avvesse accettato di sposarla sarebbe tornata nelle sue vere sembianze.

Allora dunque tutto a posto, no? No!!!!

Non è mai così, sarebbe troppo facile – aveva pensato  Olga. Quali erano infatti le vere sembianze della donna? Quali sono le vere sembianze di una donna?

“In realtà” aveva aggiunto la ragazza “non sono ancora del tutto libera dall’incantesimo… tu dovrai scegliere quando preferisci vedermi così…se di notte o di giorno e quello che scegli avverrà”. Il tipo, ohiohiohi sì che gli sarà venuta una grossa noia a questa richiesta chè, per altro, se di giorno lei restava vecchia gli altri lo sfottevano e se lo era di notte, invece… beh sì immagina bene come potesse prenderla… le possibilità lo atterrivano. Olga – dall’insieme ormai piuttosto sparpagliato del suo romanticismo – pensava che il cuore vede solo con gli occhi e che infatti non era stao un matrimonio d’amore e che quindi forse non poteva vederla davvero in nessun caso né di notte né di giorno e che anzi sarebbe stato ancorato solo alla sua apparenza in qualunque caso. Riflettendoci meglio ancora questo fatto dell’apparenza  le sembrava proprio solo una sciocchezza. Nel frattempo vedeva l’uomo si vedeva già  preda del terrore di essere additatto dagli altri uomini per una scelta piuttosto discutibile  – che poi lui invece l’aveva fatto per Artù e quindi per nobiltà d’animo, si chiamava un tempo… forse… dubbia cosa, o no? – oppure godersi le gioie notturne che poi però di notte erano poi quelle che rano, benchè un corpo giovane sia un corpo giovane ,si capisce.  Il corpo di Olga ora si sentiva in difficoltà, al pensare alla domanada infatti non vedeva tanto l’uomo quanto la donna ed era lei, però,  infatti, la donna della storia – a quanto sembrava – la meno terrorizzata e anche la più terrorizzata invece. Per lei già essere tornata per un attimo con la sua natura meno apparente era un piacere estatico e in fondo se il vecchio si era fatto avanti e l’aveva presa in sposa e tutto il resto per lei qualcosa voleva pur voler dire. In somma forse la vecchia era diventata proprio fatalista -  che anche quetsa la storia non lo dice, ma ora ad Olga pareva quadi sottinteso. Pareva sottinteso perché lei in ogni caso cercava di liberarsi dalla sua apparente sembianza di vecchia e quindi si era messa in cerca di sé di una sua natura meno apparente, ma profonda. Poi aveva finalmente trovato l’occasione, ma  appunto non è che tutto fosse però risolto così… d’emblée.

Beh, allora – poi che era successo?

Olga nella sua mappa mentale cominciava anche a perdersi. Si immaginava ancora la donna lì sul ciglio del letto a chiedere a lui, quel cavaliere raggrinzito come lei per altro,  un modo per salvarla.

Non è forse che chiede a sé stessa di salvarsi, allora ? Si era chiesta Olga. Non è che poi vedendosi con quella pelle liscia e le gambe che diventavano anche depilate… quando si era trasformata  – chè questo anche la storia non lo dice, ma forse sarà sottinteso…come se tutte le donne giovani fossero sempre depilate o si depilino sempre, ecco.…Marlin Monroe diceva che prima di uscire non dimenticava mai di farsi i peli, ma ci son diatribe femministe su questo… e alla fine senza dubbio la pelle liscia è decisamente più bella….e anche se la natura ha dato quei peli come Maldini? Olga si era ricordata della domanda di qualcuna.

Insomma? Non dilungarti!

Insomma comuqnue il vecchio eraseriamente in difficoltà, ma siccome – e secondo Olga a questo punto lui non può che rappresentare la parte maschile della psiche della donna con cui lei poi forse alla fine si riappacifica…. Speriamo! – ha letteralmente un colpo di genio… che, per un uomo per altro non è neanche  roba da poco… anche questa la storia non lo dice ed Olga in realtà non lo credeva neanche. Gli uomini hanno la loro bellezza, come le donne anche se…un tantino diversa, poi. Qualcuno, via! Lui comunque ha un colpo di genio: non le chiede infatti di trasformarsi ad ore – tipo un’ora vecchia un’ora giovane , né di coprirsi se essendo vecchia di giorno fosse stata mal guardata, né di non volerla più vedere – il che poteva anche darsi – , né di smettere di avere con lei un qualunque tipo di rapporto – sia di notte che di giorno, che so divorziando per esempio e fuggendo solo alle Maldive   - …lui, invece, radunate le sue forze, la sua razionalità maschile e il suo coraggio le dice: “Scegli tu!” Avrà per caso guardato in fondo a quel suo cuore duro e morbido di uomo vissuto che conosce le donne o ne vuole conoscere con coraggio la vera loro natura senza oggetivarle?

Vedia llora che aveva avuto un colpo di genio!

Bisogna aggiungere che, a causa di quella risposta che la lasciava libera di scegliere quel che avrebbe preferito viene il lieto fine che lei, ovviamnte,  restò tutto il tempo bella e giovane.

Olga si chiedeva cosa potesse significare la favola, se è vero che sono archetipi e incoscio e altro corbellerie a muovere lo spirito per queste sedimentazioni. La scelta della donna, probabilmente, ora pensava Olga,  non indica solo che quel che vuole una donna è essere trattata in un modo che le permetta di essere libera di scegliere come essere, ma anche  che la storia indicava che solo un uomo che ha capito pofondamente la doppi anatura della donna può starle accanto accettando a pieno la sua vera natura. Le donne infatti non son sempre belle e solari, ma son anche figlie del tempo che viene ogni mese e dell’andare e del tornare delle cose, e accanto al loro viso solare ed emotivo, c’è il lato oscuro, quello che sa del tempo, quello che sa delle lacrime, quello che si ricorda di quando ha subito il maleficio, quello che vuole che il suo lato lucente, abbia sempre luce. E’ d’altrocanto invece anche la donna giovane e solare che non può rinunciare mai, almeno dentro se stessa a quella faccia raggrinzita e poco attraente che conosce il mondo e sa a che prezzo si arriva a decidere di sé.

Olga stava diventando soltanto pazza, forse.

Ah.. ., per inciso poi: Artù era stato catturato da un re vicino e ucciso se non avesse indovinato la risposta della domanada. Un’altra versione della storia dice che non era stato il più vecchio a farsi avanti, ma il miglior amico di Artù che invece fu volontariamente scelto dalla vecchia – definita nella storia anche strega – perché lui era veramente un capofico (per dirla con le parole di una “vecchia” amica del liceo di Olga… ) persino anche meglio di Artù – il che è tutto un dire. La strega, infatti, nonostante molte apparenze non era mica scema -  (e anche qeusto al storia non lo dice, ma si intuisce).  L’ultima cosa poi  che Olga aveva letto diceva poi che per gli uomini questa storia indica che come è  è – la loro donna in fondo è sempre anche una strega…. E non sarà mica invece la paura degli uomini per la loro parte femminile, eh? Come se poi loro fosse tutti sempre capofichi e saggi e avveduti e premurosi e coraggiosi e forti e amorevoli e tc etc etc…e sapessero ripsondere sempre bene !!?

La storia si intitolava The Loathly Lady  ed ora sarebbe andata a leggerla per bene, magari in quella linguaggia dal suono che mal sopportava.

Camminò a piedi fino all’appuntamento. T. aveva riservato un tavolo vicino Brick Lane, perché lei diceva “se non hai vissuto ad east, non sai cosa ti sei persa”. Olga aveva piuttosto rinunciato a dare giudiczi perché ogni posto e ogni cosa dipendeva da come la si viveva, anche se certo l’East London era davvero particolare… Nonostante questo infatti fin da quando era arrivata a Londra due anni fa, aveva puntato dritta all’east senza mai aver capito bene perché.  Nella sua prima breve permanenza era andata tutte le domeniche a Brick Lane – spesso a gironzolare da sola come uno spretto e in fondo poi tutto quel vintage e tutti quei vestiti strani e quella gente conciata in modo piuttosto stravagante non facevano parte della sua natura. Le era sempre piaciuta la lunga strada di Brick Lane con il selciato appunto e le scritte in indiano sotto il nome inglese, i mattoni e quelle insegne blu e ora che finalmente si era anche messa a leggere il libro – Brick Lane di Monica Ali – le sembrava a volte di vedere in quelle donne coperte  ein quegli omini con la sottana bianca i personaggi del libro che aveva comprato prima di ripartire dopo quella breve permanenza. Quel libro poi spesso se lo era portato con sé, anche se non era riuscita a leggere solo dopo molto tempo. Ancora non l’aveva finito, ma poiché del resto raccontava la storia di una donna indiana data in sposa dal padre a un uomo che viveva a Londra senza averlo mai visto prima e di come lei dai campi verdi della sua terra era finita tra i mattoni e i grattacieli della City addossata al suo quartiere, aveva sempre voluto leggerlo. Andare ogni settimana a Brick Lane per quei mesi, nonostante abitasse dall’altra parte della città e spesso fosse presa in giro da Erre e dalla sua compagna di camera – che ora poteva definire una cara amica – le era valso di fare un incontro che l’aveva dovuta fare girare di forza senza sapere come e perché.  Brick Lane era anche quello per lei, non solo ma anche quello  - forse in realtà soprattutto quello –  quella voce apparsa dal niente che chiedeva che aveva chiesto…“Ma come hai fatto a riconoscerci?” e una vibrazione fortissima del suo corpo. Ora viveva lì vicino, vicino a una via piena di stanze con istallazioni e gallerie e un’officina di riparazione dei taxi neri di Londra, dove due anni prima era capitata per caso, proprio vicino al canale.

Andò all’appuntamento camminando per tutta Betthaln Green che quasi in fondo fa una curva leggera e poi incrocia Brick Lane.  Aveva lacrime che stavano per cadergli a terra lungo la strada e camminando con i suoi tanghi nelle orecchie ed evitando di urtare la gente e spesso senza guardare bene nessuno, ma un punto nel vuoto o di tanto intanto le insegne dei ristoranti per cercare quello giusto, arrivata all’appuntamentoi si riconcolse. Accese la sua sigaretta aspettando fuori la comitiva, la fumò gardando la lunga strada di Brick Lane perché il ristorante era appunto proprio all’incrocio all’attacctaura della strada e in mezzo a quel fracasso si chiese ancora una volta che ci facesse lì. I colori della strada e della gente erano però un puzzle movimentato e impazzito. Le bancarelle e gli oggetti incomprabili, roba vintage, le insegne bianche e rosse e quelle con le luci…Tutto sembrava sempre lasciare che il resto delle cose succedesse accettando con pazienza il proprio posto, orchestrato e causale come quella strada.

Dopo poco era arrivato Charlie. Si salutarono in modo caloroso e poco dopo le altre non tardarono ad arrivare.  Iniziava il pranzo di saluto della ragazza di Taiwan che alle nove dell’indomani sarebbe tornata in patria… – Beata lei???

La mattina che è andata là è scesa dalla metropolita e ha cominciato a guardare la sua cartina per capirci qualcosa. Ovviamente l’idea che si è fatta sul ciglio di un semaforo pedonale sul grande snodo dell’incrocio di Angel  - l’idea su quale strada appunto avsse dovuto imboccare – era  l’esatto contrario della direzione giusta e in reltà più guardava la cartina e più l’idea diventava vaga. In quei casi – cioè praticamente quasi in tutti i casi – lei semplicemente chiede, specialmente se non ha troppo tempo. E’  entrata in un’agenzia immobiliare in un angolo e tra le diverse facce sedute dietro a una scrivania ne ha cercata una con gli occhi. Alla prima che ha risposto con professionale curiosità al suo visto in cerca di una domanda, ha chiesto il nome della via. Era un indiano in giacca e cravatta che con in mano la cornetta del telefono un poco appoggiata alla spalla destra è stato molto cortese con lei circa l’informazione. Quella mattina Londra sembrava un po’ meno burbera del solito, ma sotto quella faccia solare – c’era il sole effettivamente e se non avesse saputo che fosse Gennaio non avrebbe decifrato la stagione – poteva sempre nascondere qualcos’altro. Le capitava spesso a Londra di non sapere dove fosse e di perdere la cognizione del tempo mentre camminava, ma era Gennaio e a stare un po’ più attenti c’era un frescolino poco simpatico che presto in poche ore si sarebbe persino tramutato in una specie di ghiacciaia da tramontana senza vento. Una folla camminava caotica da pertutto molti attraversavano prima del rosso, nell’intercapedine temporale che il passaggio di una macchina appena passata lascia appena dopo che un’altra in lontananza debba  ancora arrivare e così che,  per quando il pedone traverserà la seconda macchian non sarà ancora arrivata. Dalla grande strada che Olga deve imboccare al di là dell’angolo dell’agenzia e oltre il grosso incrocio   – una strada larga  che ora per un attimo è perplessa anche di prendere nonostante l’indicazione – sta arrivando un grosso camion uno di quelli che hanno dietro un rimorchio che si può autosollevare e scaricare in genere materiali inerti  per i canteri. In lontananza sembra un camincino di ferro di quelli con cui giocava suo fratello da piccolo, di quelli che lui le prendeva in mano e immaginava di guidarli, forse. A lei questo pensiero non era mai venuto e non li aveva neanche mai capiti loro – i maschi – a fare di questi giochi… Il cassone era giallo, il muso bianco sporco, forse beige. Olga l’ha guardato avvicinarsi e farsi sempre più vero in quella mattina strana. Alla fine della starda che poi ha imboccato dopo una lunga fila di case biache a schiera e un pub di angolo Olga ha trovato il numero dell’uffico e il nome giusto.  Essendo appena dopo un Tesco, Olga visto che è in anticipo è entrata e ha compraot fazzoletti di carta. Son diverse settimane che deve comprarli e così di colpo stamani si è ricordata. Appena prima dell’appuntamento ha indossato le sue scarpe nere con il tacco – che è vero quando le mette sembra tutta un’altra. E’ entrata nel portone blu e ha fatto il suo colloquio. Nessuno di loro sa che porta quasi sempre e solo polacchine marroni e  che l’anno scorso appena arrivata a Londra erano così lise che sotto c’era venuto un buco. Ora ne aveva un paio nuove che erano già divenute quasi vecchie.  All’usicta dal colloquio è andata a sedersi alla fermata del bus che neanche farlo a posta è proprio lì di fronte appena  un po’ a sinistra, senza neanche attravbersare la starada.  Si è seduta ha tirato furoi dalla sua grade borsa la custodia dei suoi tacchi estraendo da lì le sue polacchiene. Suduta così sul ciglio del sedile rosso della fermata che per semplicità è solo una tavola stretta, tanto per non far troppo riposare le persone che sapttano… – gli inglesi son gente pratica e ad asptettare ilbus non devi starci mica tanto, in fondo… cosa non sempre vera neanche qui ed  Olga sarebbe subito pronta a ribattere anche questo  – insomma seduta sulla tavola rossa si è tolta la sua scarpa col tacco e ha inflato prima un calzino, poi la scarpa e poi guardando per un attomo la coppia di scarpine nere appollaiata accanto a lei serenamente per terra come quaglie, ha infilato anche la seconda polacchina. Mentre faceva questo, occhieggiando ai calzetti di lana, alle sue quattro scarpe e alla strada  poco dinnanzi al suo naso, un bus si è fermato appena poco pirma, a un metro da lei. Ha scorto così un’autista – un uomo nero in rasta splendente nella sua divisa giallo fosforescente – guardarla ridendo come avesse visto uno spettacolo. Atena Niche si allaccia la polacchina, siamo nel post-moderno dopotutto,  ma lei certo non é una dea anche se sì certo sarà pur sempre vero che  vedere mettere un calzino di lana grigia sopra una calza fina dopo aver tolto una scarpa col tacco, deve essere a tutti gli effetti, per un uomo, una specie di ferita al cuore. Sarà per quello che l’autisa ride con tanta tenerezza? Lui continuato a sorriderle, deve averla guardata in tutto il suo cambio, in reatà – ora che Olga ci pensa perché il bus è arrivato appena mentre toglieva le scarpe dalla borsa, ma lei era presa e non ha girato la testa a destra subito per il bus, ma a sinistara dove statva la borsa e le scarpe a terra. Olga ha sorriso soddisfatta al suo piede – sara di questo che ride invece l’autista? – specie quando ha finito di allacciare la seconda stinga – tutto affare di un minuto… forse due –  e l’autista continuava a guardarla con una tenerezza che Olga non pensava neanche di essere lei. Ha pensato alle sue scarpe da tango  – alle sue lezioni di tango in cui a un certo punto molte delle ballerine più avanzate lasciano i loro sandali da esercitazione e indossanno le scarpe vere. Certe donne sono belle quando mettono le scarpe, altre lo fanno senza nessuna cura e altre ancora non puoi neanche accorgerti che lo abbiano fatto; entrano si siedono, mettono le scarpe cme se si togliessero un golf mentre parlano o pensano o dialogano. L’autista ha continuata a guardarla come se stesse guardando qualcosa di divertente – e almeno qualcosa di buono oggi Olga l’ha fatto, se questo almeno ride e ha una giornata più leggera chè a guidare per Londra deve essere un incubo – e lei anche ha sorriso sinceramnete – sorrisi che, come insegna il maestro  buddhista,  sono tanto sulla bocca che nel cuore. Lui anche doveva pensarla così perché nel ripartire e continando a sorriderle ha suonato il clacson del bus per salutarla, Olga ricambiando ovviamente. Poi, alzandosi  dalla panca rossa ha pensato che solo a Londra può capitarti di toglierti i tacchi a una fermata del bus ed essere salutata con tromba bitonale di un autista che neanche conosci.

Ora si ricordava che ieri notte era in lacrime come un piccolo sassolino perso in fondo a un bicchiere e stamani invece togliendosi  i tacchi, un autista invece…  Ma ora doveva solo tornare a casa, ritrovando la strada dentro le sue polacchine.

“When you’re in trouble, think about rational thinghs. Stand out them as they were real matter, or better, think about as they were the unreal side of the reality…”

“What, sorry…? What’s real matter? ..Is it not being in trouble?”

portena soledad sin letras

portena soledad

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