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http://www.youtube.com/wa…

http://www.youtube.com/watch?v=wWVjLhktkSQ

Benchè siano mesi che non appenda più niente in questa strana bacheca (per vari motivi che ora non sto a spiegare) mi son ricordata di quel che un giorno una persona per me più-che-speciale mi ha detto. Lui leggendo solo una frase scritta e appesa nel suo studio o chissà forse prorpio un pensiero comune, un desiderio comune, un sogno… ha detto sorridendo: “Il bello si fa forza!” Io, anche se questa forza spesso stento a trovarla a volte, eppure sempre la cerco, ho almeno scritto la mia idea di Ninestrone. Ho scritto solo  i pensieri che mi venivano quando ho visto le verdure disegnate da Nina e li ho scritti anche di fretta, in ritardo perciò si perdoni che il testo non è ben editato, ma non posso fare meglio ora. Gli autori del resto hanno un editor apposta, benchè per altro – si capisce – io non sia un’atrice. Credo che volessi fare l’editor da molto tempo,.. ma per ora ho solo scritto il mio Ninestrone. Grazie Nina!

Ingredienti: Nel calendario ci son porro,  cetriolo, melanzana, carota, raparossa, pomodoro, piselli, indivia,fiordizucca,cipolla, fagiolino, patata,radicchio e prezzemolo,

ma nel vostro Ninestrone potrà andarci di tutto, ché non sarà solo un minestrone alimentare, anzi! A ognuno il suo caos perfetto e nutriente e vitaminico di ricordi di oggetti di pensieri e pinzillacchere.

 PORRO

Un porro – uno stelo lungo che un giorno mi ricordò che non tutto quel che puzza deve essere buttato e che non tutto quel che non ti piace deve esser rifiutato. Come fosse un avviso, col suo maleodorante effluvio mi perseguitò per giorni in cucina. Era molle al tatto dopo cotto e acre al sapore.  Lo lessai e poi aprii la finestra così che presi in faccia tutta l’aria fresca dell’inverno imminente e mi ristorò. Lo impanai e lo soffrissi e non era più una cipolla, ma un piatto caldo mezzo  verde, mezzo bianco. Pensai anche a quello disegnato da Nina… uno stelo lungo di una signora altissima con una testa rossa.

CETRIOLO

Perché nei supermercati ho visto gente comprarne uno solo; grosso, senza neanche incartarlo, verde e ruvido – solo a vederlo come la pelle di un  rospo! Ho visto una ragazza russa su un divano arancione in una stanza senza finestre mettersene  due fette  sugli occhi, chiusi e ridere. Nella vita noi ci dividiamo tra chi odia il centriolo, chi lo ama e chi non si è mai sognato di vederlo… ma come per tutto il resto delle cose… del resto. Il cetriolo di Nina sembrava proprio un uomo con la testa grossa seduto su una barchetta rovesciata. Pensava a chi lo amava, a chi lo odiava a chi proprio neanche si era mai sognato di vederlo!

MELANZANA

La melamzana, come la conosceva lei, aveva i capelli verdi e la pelle liscia; se era grinzosa doveva essere vecchia come la pelle delle persone. Con la melanzana poi potevi fare le cose più buone della cucina mediterranea compresa quella libanese che del resto è mediterranea anche lei. La melanzana come la conosceva lei era un frutto panciuto e viola scuro che, tagliata a cubetti in padella era semplice e buona. Fritta e messa in strati con pomodoro, mozzarella basilico e infornata invece, diventava una parmigiana che, secondo i componenti di una famiglia che aveva frequentato un tempo, aer il non plus ultra. La melanzana  di Nina aveva gli occhiali, che buffa…! …E uno sguardo un po’ perso come quello dei miopi…, un naso e una bocca carnosa un po’ meravigliata!

 CAROTA

Ci fu un periodo in cui sua mamma comprava tante carote. Le metteva in quelle buste trasparenti al supermecato ogni volta facendone scorta; ne comprava così tante che un giorno la cassiera le chiese: “Ma per chi sono tutte queste carote?” e lei ridendo aveva risposto: “Ho un cavallo!!!” Lei rise tra sè e sè e tra la cassiera  e la madre, proprio perché lei era tra lei e la cassiera quel giorno. Si domandò anche perché le persone a volte si interessassero così tanto dei fatti altrui. Il cavallo ovviamente non ce lo avevano e non ce lo avevamo mai a vuto e chissà poi se ai cavalli piace davvero tanto la carota o è solo una storia. La carota di Nina sembrava avere un cappelo verde che erano le radici. ma dove sono le radici delle carote poi, in testa? Con un po’ di fantasia allora poteva sembrare anche un cavallo arancione un po’ stirato verso l’alto.

RAPAROSSA

C’era un uomo rosso come una nuvola gonfia di acqua ed era nel Ninestrone;  era una raparossa, ma a lei la raparossa non era mai piaciuta; primo perché sembrava versar sangue nel piatto una volta tagliatata a fettine e  poi perché a mangiarla sapeva di radice. Dicevano che le raperosse facessero bene perché con tutto quel colore qualche sostanza dovevano contenerla. tale sostanza doveva essere utile a qualche cosa nel nostro organismo, ma a cosa facesse bene proprio non se lo ricordavo ora e forse ora che ci pensava non l’aveva mai saputo. Era, la Raparossa, utile proprio come il soffrire:  a cosa faceva bene, poi? Ecco ora la raparossa di Nina le  sembrava un uomo intento a pensare, a ricordarsi di quando aveva sofferto, di come sarebbe cambiato, di come avrebbe versato sangue per cambiare e rigenerarsi.

POMODORO

Il pomodoro era il suo cosìdetto vegetale…perfetto!  A pensarci bene, ognuno doveva avere un suo proprio vegetale preferito; lo si poteva ritenere così amato  da considerarlo quasi perfetto e  insostituibile, non tenendo presente tutte le sue imperfezioni.  Era come essere innamorati di qualcuno a vita e senza neanche darsi più il cruccio di pensare all’essere corrisposti. Il pomodoro di Nina era la testa grossa di una donna rossa che ti faceva l’occhiolino la cui collana di perle verdi acqua era un vezzo perfetto come il suo pomodoro!

PISELLI

I piselli andavano sempre in coppia; a  tre, a quattro a cinque e comunque sempre pari o dispari tranne che da soli. Da soli non andavano quasi mai, appunto. Erano più o meno piccole sfere polpose, verdi  smeraldo chiare opuure  tendenti a un verde chiaro piuttosto slavato. I piselli non le erano mai piaciuti troppo, ma finiva sempre per mangiarli in qualche modo, in un minestrone, in un passato di verdure, ome contorno. Un tempo li aveva mangiati spesso con i calamari di una gran cuoca napoletana che aveva conosciuto in passato. Quella donna amava avvicinarli alle  seppie e farci un piatto morbido a mangairsi come fosse burro lasciato un giorno a temperatura ambiente.  A ricordarlo ora quel piatto era un capolavoro di colori e sapori, calamari vestitit di rosso con una stecchino nella pancia e verdi rotondi pisellini attorno a farli risaltare. Non si ricordava che quei piselli avessero la stessa faccia pensosa delle facce dei piselli di Nina. A ben guardarli ora le sembravano una foto di Man Ray, una di quelle dove il volto bianco di una donna contrastava con una maschera nera.  I piselli di Nina non sembravano il volto della donna però, ma la maschere tribale che avevano adiacente, solo più piccole e verdi.

INDIVIA

Era una donna con gli occhi profondi e l’ombretto verde. E lo stelo piccolo del suo corpo era un bastone  forte di chi vuole tenersi in piedi; aveva una testa grande dove taneva tutti i pensieri e tutte le emozioni e un sorriso pensieroso e saggio. Era l’indivia di Nina, una donna col lo sguardo profondo.

FIORDIZUCCA

per certo il fiordizucca era buono fritto perchè a detta di un vecchio proerbio ripetuto spesso da sua madre “fritta era buona anche l’ortica”! Quando vide sorridere quel fior di zucca di Nina pensò che fosse un suo vecchio amico venuto da lontano a ricordarle di essere allegra. Aveva un naso lungo e una bocca sghemba beffarda come un giullare di corte.  Teneva in mano qualcosa ma non sapeva cos’era…forse  un disco di ricordi o una piatto di parole non dette. Avresti  dovuto inventarcele tu.   Lo guardò ancora una volta una sera d’inverno e le sembrò che con la mano destra la stesse salutando.  Le ricordava la faccia di un amante, di un amico, di un conoscente lontano qualcuno che aveva conosciuto prima e di cui poi non si era dimentica. Fritta era buona anche l’ortica, figuriamoci un fiordizucca come era stato…!

CIPOLLA

Forse per quello non le piaceva, perché le ricordavano il pianto. aveva odiato magiarla quando era piccola; l’ ha evitata da cotta, cruda e ne ha evitato anche l’odore. Dicono che se la sbucci faccia piangere e lei da piccola pensava che sbucciarla facesse piangere perché quando l’hai sbucciata, poi devi mangiarla. Cipolla era il nome di un cane di una sua vecchia amica, un cane rossiccio e gioiale. La pelle della cipolla l’aveva vista al microscopio, un giorno da piccola. Ora era costretta a vestirsi a strati prorpio come una cipolla per non sentire il freddo, ma la cipolla continuava a non piacrele forse perché non aveva mai avuto  bisogno di sbucciare cipolle per piangere, aveva pianto già abbastanza da sola. Forse per quello non le piaceva, perché le ricordavano il pianto.  La cipolla di Nina invece aveva il viso di una bambina piccola; con piccoli rami rossi sulla fronte come fronde in un piccolo albero di primavera, sorrideva ad occhi chiusi. Era un piccolo putto rosso e felice.

FAGIOLINO

Una  donna magra e verde che tiene un libro in mano. La mano è una coda però perché lei, la donna in realtà, è un fagiolino. Che storia è mai questa? E’ una storia scritta nel Ninestrone. Ora si ricordava che spesso aveva comprato fagiolini provenienti dal Sud-Africa quel tempo in cui aveva vissuto nel paese col tasso di importazione più alto del globo – un paese freddo e piovoso con nebbia e senza verdure se non patate. – Ah sì, ma che storia è mai questa?  Non sapeva dire che storia fosse, ma c’era un fagiolino ed era di Nina e questo fagiolino era una donna stilizzata che teneva in mano un libro. – Che storia è mai questa? – Che libro è mai questo? Era il Ninestrone e il fagiolino, cioè la donna verde stilizzata con i capelli rosa, lo leggeva soddisfatta.

PATATA

Cucinata con olio, sale e rosmarino in una padella ad accompagnare una salsicca proveniente da una splendida regione italiana era stata la sua cena quella sera.  La patata era gialla per definizione, anche se avolte potevano esserci di bianche e persino di rosse. – Patate rosse? Sì, un po’ dolci. Aveva visto un suo amico mangiarle da crude e poi lei a veva imparato che sapevano di castagna. Erano arancioni però le patate dolci così che a vederle tagliate crude in un piatto senza sapere che fossero, potevi pensare che fossero carote, benchè non lo fossero. Al sapore castagne, al colore carote, invece paatte: inganni, apparenza!  La patata di Nina era gialla; sedeva su una sedia piccolissima e teneva in bocca uno stelo di paglia. Ma era proprio paglia? Non un generico filo di erba? Forse era il rosmarino.

RADICCHIO

Il radicchio di Nina era il vegetale  più bello. – Tra quali? –  Tra quelli del Ninestrone! – Tutti i vegetali del Ninestroe sono belli!  Sì, questo era  vero, ma a lei quel radicchio sembrava una fata viola ed era quello che lo rendeva il sui vegetale preferito tra quelli del Ninestrone.  Aveva un piccolo profilo perfetto che ricordava una coda di lupo e capelli al vento che però, anziché andare qua e là come fanno le cose nel vento, andavano tutti verso l’alto, al cielo. La fata aveva gli occhi socchiusi e sembrava odorare qualcosa. – Ma cosa odorava? Era forse l’odore di qule vento che aveva perso e che l’aveva portata tanto tanto lontano? Sì doveva essere proprio quello: l’aveva portata così lontano che un giorno si era persa e aveva immaginato allora di essere un cespo di radicchio rosso, proprio come quello di Nina.

PREZZEMOLO

Il prezzemolo di Nina non era una piccola erbetta profumata come era stata abituata a pensare da sempre usato per impreziosire un piatto o una ricetta alla fine. – Davvero? No, non era un piccolissimo arboscello né un rametto o un qualsivolglia verde fuscello molto ricciolino e sporgente o soffocato in mezzo ad altri dentro qualche vaso. Il prezzemolo di Nina era un albero robusto con un tronco bianco e immobile. Reggeva tutto il Ninestrone, gli dava un certo sapore, un’aroma che nessun’altra erbetta qualunque avrebbe potuto fare. La chioma dell’albero-prezzemolo era una grande nuvola binaca con rami verdi smeraldo e contenevano tutti i i pensieri e tutti i ricordi e tutti gli odori e tutte le parole del Ninestrone. La chioma era un ricordo lughissimo e intenso come ognuno di quelli che ogni  anno vecchio ci lascia guardando al nuovo. Buon anno nuovo!